Giustizia riparativa, l’ex ministra Cartabia: “Non una scorciatoia ma la vera assunzione di responsabilità. E non solo nei conflitti penali”

 

Giustizia ripartiva non come scorciatoia, ma come “vera e propria assunzione di responsabilità nei confronti di se stessi, delle vittime e della comunità”: un paradigma da esportare anche al di là dei conflitti penali, per la “piena pacificazione”.

Successo per l’evento conclusivo delle progettualità e degli interventi che come Consorzio Sol.Co, insieme a Comune di Cremona, CSV Lombardia Sud ETS, Pastorale sociale della Diocesi di Cremona e Caritas Cremonese, abbiamo promosso sul territorio dal 2024 a oggi sul reinserimento sociale degli autori di reato e sullo sviluppo di pratiche di giustizia riparativa. L’appuntamento è stato realizzato nella splendida cornice dell’Aula Magna del campus di Cremona dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sold out per l’occasione, con il titolo ‘Disarmare il dolore’. Ospiti Marta Cartabia, ordinaria di Diritto costituzionale italiano ed europeo presso l’Università Bocconi, presidente emerito della Corte costituzionale ed ex ministro della Giustizia, e Adolfo Ceretti, ordinario di Criminologia e docente di Mediazione reo-vittima presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, nonché segretario generale del Centro nazionale di prevenzione e difesa sociale.

Dopo i saluti di Francesco Monterosso, responsabile della sede di Cremona del Csv Lombardia sud, e dell’assessora alle Politiche sociali del Comune di Cremona Marina della Giovanna, ha introdotto i lavori il moderatore Francesco Centonze, ordinario di Diritto penale presso la Facoltà di Economia e Giurisprudenza dell’Università Cattolica. “Che la pena serva come deterrente – ha detto Centonze – è una generalizzazione che non ha alcun supporto scientifico. Gli studi ci dicono che la funzione di deterrente ce l’ha il controllo, non la minaccia della pena. Poi c’è la questione educativa: che la pena detentiva, così come è oggi, abbia una funzione rieducativa non è vero, ci sono dati che dicono il contrario. E allora ci chiediamo, l’allontanamento della persona dalla comunità serve a farla diventare una persona migliore?”.

Significativi, anche per rispondere alla provocazione di Centonze, gli interventi degli ospiti. Adolfo Ceretti ha approfondito il tema della ‘cosificazione’ delle persone detenute: “il carcere rende sordo chi lo vive. I detenuti spesso sono gettati nella condizione di incapacità di restituire senso al gesto terribile che loro hanno commesso. Sono slegati dalla ricerca della narrazione significante della loro vita che permette a loro, in una dimensione dialogica, di mettere in parola l’indicibile. Occorre farli uscire dalla passività, aiutarli a scongelare le memorie del dolore, il loro e quello delle vittime. Occorre alzare lo sguardo, attraverso parole ponte che facciano risuonare dentro l’esperienza vissuta per trasformarla in specchio per l’altro. Solo così è possibile una risposta, anche di responsabilità, nei confronti di se stessi e degli altri. La Giustizia Riparativa è una rivoluzione mite che, grazie all’ex ministra Cartabia, siamo riusciti ad inserire in una legislazione organica che si estende a tutto il processo e anche al dopo”.

“C’è sempre uno scarto tra i bisogni di giustizia e gli strumenti a disposizione – ha esordito l’ex ministra Marta CartabiaQuando c’è una sentenza, si vive sempre una certa insoddisfazione, da parte di tutti. Perché la giustizia può fare qualcosa, ma fino ad un certo punto. Questo è fisiologico, è umano, ed è un punto di partenza”. Da qui, l’opportunità della Giustizia Riparativa. “Sulla scena geopolitica e in ognuno di noi – ha proseguito la Cartabia – quanto risentimento, quante memorie congelate abbiamo, quanto siamo bloccati nelle relazioni quando si rompe qualcosa. La radice è uguale, nel macro e nel micro, e il bisogno di trovare modalità per scongelare quei rapporti è uno dei bisogni più urgenti del nostro tempo. Non ci può essere un processo di pace e pacificazione fino a quando non si vede il dolore dell’altro. Sulla grande scena mondiale e anche sulle nostre scene familiari. Spesso si pensa che i percorsi di Giustizia riparativa siano percorsi fatti da chi vuol farla franca, una scorciatoia per avere benefici, per cavarsela con la giustizia. Può darsi che chi si accosta possa avere questo pensiero, ma dal momento in cui accetti di fare questo percorso, di prenderti la tua responsabilità di fronte proprio a quella persona che hai ferito, sfido chiunque a dire che questa non sia una giustizia esigente”.

“La nostra idea, insieme anche agli altri promotori – ha commentato il presidente del Consorzio Solco Davide Longhiè quella di capire, anche attraverso eventi come quello svolto in Cattolica, come il paradigma riparativo, ora connesso più alla giustizia, possa essere un paradigma per affrontare in maniera comunitaria anche alcune tematiche del sociale. Il lavoro con il penale apre riflessioni molto utili alla società a 360 gradi in termini di approccio. Molto bello il messaggio finale della ex ministra Cartabia: la nostra società sarebbe davvero triste se di fronte ad un 17enne che commette un reato, ad esempio spaccio o rapina, pensi che quel ragazzo non ce la possa più fare nella vita, che ormai sia perso. Sarebbe una società senza speranza, senza fiducia e senza futuro”.